LA MEMORIA RITROVATA

16. L’estate alla Giarina e l’inverno

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Per molti decenni la Giarina fu la spiaggia dei ferraresi. Nei mesi estivi, famiglie e comitive raggiungevano Pontelagoscuro per trascorrere il tempo libero sulle rive del Po, tra bagni, passeggiate e giornate all’aria aperta. Il grande fiume rappresentava un luogo di svago e incontro, profondamente legato alla vita della comunità. Nell’inverno del 1929 lo stesso paesaggio fu protagonista di un evento eccezionale. Un’ondata di gelo senza precedenti portò le temperature fino a -23,5 °C, congelando completamente il Po per diversi giorni. Lo spesso strato di ghiaccio rese possibile attraversare il fiume a piedi e con carri, attirando curiosi da tutto il territorio. Il successivo disgelo trasformò la superficie ghiacciata in enormi lastroni che danneggiarono rive e approdi, lasciando un ricordo indelebile nella memoria degli abitanti.

⇒ LA GRANDE STORIA

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1799: Arrivano i russi!

Un tempo nessuno pensava di immergersi nel Po per diletto o per lavarsi e nel 1799 quando, il primo luglio arrivò di là dal Po una colonna di tremila Russi, che appoggiavano gli Austriaci contro i Francesi e che si fermò a Pontelagoscuro in attesa di un’altra colonna andata a Ferrara, suscitarono stupore nella popolazione i costumi dei Russi in quanto amavano bagnarsi spesso nell’acqua per cui si gettavano nel Po spogliandosi nel loro campo, anche uomini e donne assieme, e andando poi nudi fino al Po lontano mezzo miglio.

Nell’Ottocento iniziò l’uso spontaneo delle golene e dei banchi di sabbia del Po da parte dei ferraresi per fare il bagno, ma la trasformazione della Giarina in una vera e propria spiaggia organizzata e attrezzata avvenne tra gli anni ’20 e ’30 del Novecento.

La Giarina (dal dialetto ferrarese giara, ovvero la ghiaia e le sabbie fini depositate dal fiume) è stata per decenni la storica e popolarissima spiaggia fluviale di Ferrara, situata lungo le sponde del fiume Po nella frazione di Pontelagoscuro.

Un momento fondamentale si ebbe il 10 luglio 1937, quando la spiaggia venne ufficialmente aperta al pubblico con attrezzature balneari, ombrelloni, spogliatoi e cabine. La notizia fu celebrata dalla stampa dell’epoca (tra cui il Corriere Padano).

Nell’articolo del 9 luglio 1937 de’ “Il Giornale del Po” intitolato “Domani verrà ufficialmente aperta la spiaggia fluviale di Pontelagoscuro” si trovavano estratti storici, scritti da Nello Matteucci negli anni ’30, che descrivono l’atmosfera festosa, le prime strutture e il colore locale della spiaggia.

Soprannominata con affetto i “Caraibi dei ferraresi”, la Giarina divenne il principale punto di ritrovo estivo per chi non poteva permettersi le vacanze sulla Riviera Romagnola.

Durante i fine settimana degli anni ’30 e ’40, migliaia di ferraresi raggiungevano Pontelagoscuro in bicicletta o con i tram della linea urbana per trascorrere giornate di sole, fare il bagno nel Po e partecipare a feste ed eventi popolari.

La spiaggia si trovava in realtà sulla sponda sinistra (veneta) del Po, cioè sul lato opposto a Pontelagoscuro. Più precisamente, la Giarina si stendeva lungo le rive appartenenti alla frazione di Santa Maria Maddalena (comune di Occhiobello, in provincia di Rovigo), nell’area golenale posta subito a monte del ponte stradale.

Anche se geograficamente situata in territorio veneto, la spiaggia è sempre stata considerata a tutti gli effetti la “spiaggia di Pontelagoscuro” e dei ferraresi in quanto la stragrande maggioranza della popolazione che la frequentava arrivava da Ferrara. Era sufficiente attraversare il ponte sul Po (a piedi, in bicicletta o con i mezzi pubblici) e scendere subito a sinistra lungo l’argine.

Il corso del fiume e le correnti dell’epoca tendevano ad accumulare le grandi secche di sabbia fina e ghiaietta leggera (giara) proprio sull’interno dell’ansa della sponda veneta, creando un ampio Lido naturale perfetto per la balneazione.

Fra i ragazzi e i giovani più audaci di Ferrara e Pontelagoscuro, chiamati spesso nel gergo dell’epoca “i ragazzi del Po”, c’era la sfida di bravura e coraggio che consisteva nell’andare a nuoto fino alle basi dei piloni di sostegno del ponte stradale oppure ci si arrampicava direttamente dalle strutture del ponte (specialmente dalla base della campata più vicina alla sponda o dalla punta del pilone a forma di “rostro” che fendeva la corrente) e ci si tuffava dalle piattaforme o dalle sporgenze in calcestruzzo nel punto centrale del fiume, dove la corrente era più forte e l’acqua più profonda.

Queste gesta, un misto di goliardia, spavalderia e rito di passaggio estivo, erano frequentissime tra gli anni ’30 e ’50. Erano anche sfide piuttosto pericolose a causa dei mulinelli improvvisi e delle correnti del Po, motivo per cui con il passare degli anni vennero severamente proibite dalle autorità fluviali e dalle forze dell’ordine.

C’erano dei punti in riva al Po dove se si stava fermi in piedi sulla sabbia si cominciava a sprofondare, anche se non estremamente veloci, per cui per passare di lì bisognava camminare veloci lasciando grosse impronte piene d’acqua.

Questo fenomeno si verifica nei fiumi quando le correnti o le filtrazioni sotterranee creano sacche d’acqua intrappolate sotto la sabbia fine depositata dalle piene. Non si tratta delle sabbie mobili inghiottitrici e profonde dei film, ma di un fenomeno noto come liquefazione del suolo o “sabbia mossa”.

La sabbia fine e la limatura trattenevano un’alta percentuale d’acqua risorgiva; finché ci si camminava sopra con un passo rapido, la tensione superficiale e la pressione rapida permettevano di passare senza problemi.

Se ci si fermava il peso del corpo costante azzerava la frizione tra i granelli di sabbia saturi d’acqua. La miscela perdeva immediatamente consistenza solida trasformandosi in un fluido denso. I piedi iniziavano così ad affondare dolcemente fino alla caviglia o al polpaccio.

Muovendosi abbastanza veloci per non sprofondare, ogni passo “spremeva” e disturbava l’equilibrio della sabbia bagnata. L’acqua risaliva subito in superficie riempiendo le profonde impronte lasciate sul bagnasciuga golenale.

Per i frequentatori della Giarina e dei lidi del Po era un’esperienza comune e nota a tutti: un misto di gioco e di cautela, da fare attenzione soprattutto se ci si avvicinava alle zone d’ombra o ai limiti del canneto dove il fondo era composto da una mescolanza di sabbia fine e limo argilloso.

Prima del secondo dopoguerra e del boom industriale (anni ’50-’60) non esistevano i detersivi domestici con fosfati, le sostanze chimiche industriali complesse né i pesticidi/diserbanti sintetici impiegati nell’agricoltura intensiva moderna e sebbene vi fossero scarichi fognari diretti (non depurati), la popolazione era inferiore e la capacità naturale del fiume di “autodepurarsi”,grazie alla grande massa d’acqua e all’ossigenazione del Po, riusciva a compensare il carico organico senza alterare drasticamente l’aspetto del fiume per cui non vi erano problemi a bagnarsi nel Po e l’attenzione delle autorità dell’epoca era concentrata prevalentemente sulla sicurezza fisica (evitare gli annegamenti legati a correnti e mulinelli), piuttosto che sulla qualità dell’acqua.

Dopo la guerra il Po era considerato balneabile senza problemi perché, fino agli anni ’70, in Italia non esisteva una normativa nazionale sulla balneabilità né sui limiti di inquinamento batteriologico per cui, per giudicare se un’acqua fosse balneabile, ci si basava unicamente su criteri empirici: la trasparenza visibile dell’acqua, l’assenza di odori molesti evidenti e la presenza di sabbia pulita. Solo nel 1982 l’Italia recepì la direttiva europea del 1976, introducendo per la prima volta parametri microbiologici stringenti (come la misurazione di Escherichia coli ed Enterococchi intestinali). Se applicati oggi con le regole di allora, quasi nessun fiume italiano degli anni ’30 o ’50 supererebbe gli standard moderni.

L’uso della Giarina come lido balneare entrò in crisi e si avviò verso il tramonto a partire dagli anni ’50 e ’60, per poi scomparire del tutto in quanto le correnti incostanti e i mulinelli del Po portarono progressivamente all’introduzione di divieti di balneazione rigorosi per motivi di sicurezza e con la nascita del polo chimico di Ferrara nel secondo dopoguerra e lo sviluppo industriale lungo il bacino del Po, la qualità delle acque peggiorò drasticamente, rendendo il fiume non più balneabile.

Inoltre, negli anni del boom economico (’50-’60), la diffusione delle automobili private permise ai ferraresi di raggiungere agevolmente i Lidi Comacchiesi e la costa adriatica.

⇒ DUE PAROLE

Testi e voce di Gabriele Botti