LA MEMORIA RITROVATA

4. Piazza Erbe e piazzetta Breveglieri

⇒ PANORAMICA

© Domenico Lugas. Tutti i diritti riservati.

Piazza delle Erbe era uno degli spazi più animati della Pontelagoscuro storica. Cuore della vita quotidiana del borgo, ospitava mercati, commerci e incontri tra abitanti e viaggiatori. Da qui si dipanavano strade ricche di storia, come la Via del Pentimento e l’antica Via Breveglieri, oggi scomparse. Le botteghe, le abitazioni e i locali che si affacciavano sulla piazza contribuivano a creare un ambiente vivace e popolato. Le fotografie conservano il ricordo di una comunità laboriosa e dinamica, cancellata dai bombardamenti del 1944 ma ancora viva nella memoria collettiva di Pontelagoscuro.

⇒ LA GRANDE STORIA

© Andrea Cavallari. Tutti i diritti riservati.

Fine sec. XXVIII: dalla Darsena alla Piazzetta

Già nella seconda metà del Settecento (ed è chiaramente documentato nelle mappe di epoca napoleonica/francese a cavallo tra il 1796 e il 1810), il tratto rettilineo del Canale Panfilio non arrivava più a ridosso dell’edificio della Via Coperta. La darsena o testa del canale fu arretrata/chiusa in quel punto, creando la fascia libera su cui nacque lo spazio pubblico.

Quel nuovo invaso urbano generato dall’arretramento/tombatura del primo tratto prendeva inizialmente il nome di Piazzetta o Piazzetta Nuova, distinguendosi dalla piazza del porto fluviale vero e proprio.

Con il consolidarsi delle attività commerciali e del mercato locale nell’Ottocento, lo spazio prese il nome di Piazza delle Erbe (talvolta denominata anche Piazza della Paglia per le merci vendute nei diversi giorni di mercato), diventando uno dei fulcri della vita civile di Pontelagoscuro prima delle distruzioni belliche del 1944.

Col nome di Piazza delle Erbe si definiva allora un mercato dove si vendeva in prevalenza frutta e verdura. Ancora oggi a Bologna c’è un mercato coperto denominato “il Mercato delle Erbe”.

Intorno a Piazza delle Erbe vi erano sia edifici moderni che altri più antichi. La costruzione con tre grandi archi al pianterreno situata subito a sinistra dell’ingresso della Via Coperta è già presente nelle mappe del 1797 ed è descritta come “Magazzini Cavallari” mentre, sul lato destro di Piazza delle Erbe guardando verso l’imponente ingresso della Via Coperta vi era un elegante edificio in mattoni a vista e pietra bianca con bifore neogotiche.

Fu costruito per ospitarvi l’Albergo Moderno (“Da Pietro”) e poi, nel ventennio, fu utilizzato come Casa del Fascio L’edificio fu progettato in uno spiccato stile neomedioevale/neogotico per potersi integrare con il carattere storico della piazza. Presentava un paramento murario in mattoni rossi a vista e raffinati elementi decorativi in pietra chiara. Le  caratteristiche bifore con archetto a sesto acuto erano ripartite asimmetricamente (due su un prospetto e tre sull’altro, data la pianta contenuta del fabbricato). Inoltre vi erano cornici modanate in pietra bianca attorno alle aperture e lungo il marcapiano e un cornicione sotto-gronda impreziosito da archetti pensili in cotto e pietra.

Era stato progettato  dall’architetto Prof. Agenore Pezzi di Ferrara (1888 – 1954) che a Pontelagoscuro realizzò svariati edifici tra i quali l’Albergo Croce Verde, la casa Bolognesi e la sede della Società Cacciatori.

Altri progetti di Agenore Pezzi, che però non furono mai realizzati, riguardavano un asilo ed il restauro e la modifica della facciata della Chiesa Parrocchiale.

Di fianco all’Albergo Moderno si apriva via Ducale che fu poi rinominata in via Arturo Breviglieri. Sul lato opposto della, di fronte all’Albergo Moderno, c’era il caffè e ristorante Cavallotti.

La via si staccava sul lato destro di Piazza delle Erbe (guardando frontalmente la Via Coperta) e proseguiva parallelamente al corso del fiume e all’ansa del canale.

Era un’arteria viva e nettamente commerciale. Lungo la strada si susseguivano abitazioni storiche, a schiera, botteghe artigiane, magazzini di deposito merci legati al vicino porto fluviale, osterie e le entrate secondarie dei cortili dei palazzi che affacciavano sul fiume.

Rispetto al grande snodo di traffico dell’asse principale, via Breviglieri conservava il fascino di una via interna del borgo storico ferrarese: pavimentazione in ciottolo (“salizà”), facciate in mattoni a vista, portoni in legno per il ricovero di carri e merci arrivate dal fiume Po o dai barconi del Canale Panfilio.

La storia dell’intitolazione di questa via ad Arturo Breviglieri è molto curiosa. Arturo Breviglieri fu tra i fondatori del Fascio di Ferrara e rimase ucciso a soli 24 anni il 10 aprile 1921 durante uno scontro a Pontelagoscuro.

Nel ventennio fascista, il regime gli intitolò lo scenografico Scalone Municipale e l’antistante Piazza Municipale di Ferrara (oggi tornata al suo nome storico, a pochi passi dal Corso Martiri della Libertà).

La dinamica della morte di Arturo Breviglieri, avvenuta il 10 aprile 1921 a Pontelagoscuro, tocca uno degli aspetti più complessi, controversi e oscuri dello squadrismo ferrarese, alimentando da sempre tesi alternative rispetto alla narrazione ufficiale del regime fascista.

Al momento della sua morte, il ventiquattrenne Breviglieri era latitante e ricercato dall’autorità giudiziaria. Appena una settimana prima, il 3 aprile 1921, aveva assassinato a sangue freddo nei pressi della darsena di Ferrara il diciassettenne Tullio Zecchi, un giovane militante della Gioventù Comunista. Nonostante il mandato di cattura per omicidio volontario, Breviglieri continuava a muoversi liberamente e a partecipare alle azioni squadristiche grazie alla complicità e alle coperture dei suoi stessi camerati e di parte delle forze dell’ordine.

Il 10 aprile, Breviglieri prese parte a una spedizione punitiva a Pontelagoscuro. I fascisti intendevano vendicare un precedente smacco subito da una loro squadra, costretta dai lavoratori locali a barricarsi nella Raffineria Ferrarese. Durante i violenti tumulti nel paese, Breviglieri fu raggiunto da un colpo di rivoltella che lo ferì mortalmente (morirà poco dopo all’ospedale di Ferrara).

La propaganda fascista, guidata a livello locale da Italo Balbo  e celebrata nella memorialistica del regime, sostenne che il colpo fosse partito da una finestra o che Breviglieri fosse stato colpito a tradimento da uno dei “sovversivi” che stava inseguendo in un vicolo.

Questa tesi servì al fascismo ferrarese per giustificare una spietata rappresaglia immediata (l’occupazione militare di Pontelagoscuro, l’incendio della Camera del Lavoro e del Circolo Anarchico) e per canonizzare Breviglieri come il primo grande “martire” della rivoluzione fascista estense, intitolandogli piazze.

Negli ambienti antifascisti e in successive analisi storiche locali, è emersa con insistenza l’ipotesi che, dato che lo scontro di piazza vedeva i lavoratori locali armati prevalentemente di bastoni e attrezzi improvvisati, mentre gli squadristi erano dotati di armi da fuoco, il colpo fosse partito dalle file fasciste. I motivi ipotizzati per un’eliminazione interna sono duplici:

– Il peso politico della latitanza: Breviglieri, con il brutale omicidio del giovane Zecchi commesso alla vigilia della visita di Benito Mussolini a Ferrara, era diventato un soggetto “scomodo” e difficilmente difendibile persino per i vertici del Fascio, rischiando di compromettere la strategia politica del movimento in un momento delicato.

– la sua morte violenta “risolveva” il problema della sua latitanza e, contemporaneamente, offriva al fascismo ferrarese il pretesto perfetto (il sangue del martire) per sferrare l’attacco definitivo alle fortissime organizzazioni sindacali e di sinistra della provincia.

I dubbi sulla reale provenienza di quel colpo di rivoltella rimangono uno dei tanti misteri insoluti legati alla violenza politica del biennio rosso-nero in Emilia-Romagna, dove la creazione del “martirologio fascista” spesso rispondeva a precise esigenze di cinismo politico e propaganda.

Quando Italo Balbo (anch’egli ferrarese) divenne Governatore della Libia, scelse di battezzare diversi nuovi villaggi agricoli con i nomi dei “martiri” dello squadrismo della sua terra d’origine o della rivoluzione fascista. Un villaggio coloniale fu intitolato proprio ad Arturo Breviglieri, considerato uno dei primi “martiri” del fascismo.

Il Villaggio Breviglieri fu uno dei primissimi e più importanti centri rurali fondati in Libia nell’ambito del piano di colonizzazione agricola voluto dal Governatore della Libia Italo Balbo.

Come per la strada di Pontelagoscuro, l’intitolazione fu dedicata ad Arturo Breviglieri (figura promossa dal regime come “martire fascista” ferrarese), a testimonianza del forte legame tra Balbo, la terra ferrarese e i nomi assegnati ai nuovi insediamenti in Nordafrica.

Fu fondato nel 1936 (tra i primi del programma razionalista di Balbo, precedendo la grande spedizione di massa dei “Ventimila” del 1938). Sorgeva nella Tripolitania rurale, nella fertile zona collinare di Tarhuna (a circa 65-80 km a sud-est di Tripoli e a sud di Khoms).

Il comprensorio si estendeva su un territorio di circa 8.300 ettari. Ospitava circa 1.600 coloni italiani giunti prevalentemente dalle regioni rurali povere dell’Italia centro-settentrionale (Veneto, Emilia-Romagna, Friuli).

Il villaggio fu progettato secondo i canoni dell’architettura razionalista coloniale promossa dall’Ente per la Colonizzazione della Libia (ECL). Come in tutti i “villaggi-tipo” di Balbo, la piazza centrale raccoglieva i servizi pubblici essenziali e la vita comunitaria.

All’esterno del nucleo urbano centralizzato si diramavano decine di poderi e case coloniche standardizzate, dipinte di bianco, dotate di stalla e silos per il grano.

A differenza delle colonie perse in Africa Orientale, in Libia molte famiglie coloniche rimasero a lavorare la terra anche dopo la fine della seconda guerra mondiale e sotto il Regno di Libia di Re Idris.

Il villaggio cambiò nome in Al-Khadra (che in arabo significa “La Verde”, proprio in riferimento alle vaste piantagioni di ulivi lasciate dai coloni).

Nel 1970, con l’ascesa al potere di Mu’ammar Gheddafi, tutti i coloni italiani furono espulsi e i poderi vennero nazionalizzati e riassegnati a famiglie libiche.

Però, nei dettagli amministrativi e cartografici ufficiali, il toponimo Breviglieri è rimasto in uso ufficiale o comunemente affiancato al nome arabo per decenni, comparendo nei documenti storici, nel censimento locale e sulle mappe topografiche internazionali ben oltre l’espulsione degli italiani del 1970, fino alle riforme amministrative libiche a cavallo del 2001.

⇒ DUE PAROLE

Testi e voce di Gabriele Botti